La qualità della vita
Sempre più spesso sento utilizzare l’espressione “qualità della vita” nei più svariati contesti della vita sociale quotidiana: dal dibattito politico, all’articolo di giornale ma anche nelle normali discussioni su tematiche di attualità , cronaca o morale, e molto spesso si arriva di comune accordo ad identificare nella tutela della qualità di vita un elemento fondamentale ed irrinunciabile per ogni essere umano.
Tutti concordano sul fatto che ognuno ha il diritto-dovere di pensare prima di tutto a far si che la propria quotidianità sia vissuta soddisfacendo una serie di precise esigenze individuali grazie alle quali un’esistenza può essere considerata degna di essere vissuta. Ritengo che questa visione antropocentrica nasconda un sottile inganno in grado di portarci con molta facilità ad estremizzazioni terribili: diventa ad esempio logico e naturale la non accettazione di ogni tipologia di sofferenza fisica (ma oserei dire anche interiore); il dolore viene percepito come una violenza ingiustificata, un qualcosa di fatale ma inaccettabile che intacca e viola il “diritto al vivere bene di ogni individuo� e come tale contrastato e combattuto. Ecco che allora ci si concentra e si spendono enormi energie alla ricerca delle più svariate soluzioni per eliminare la sofferenza: dalla più semplice cura palliativa all’eutanasia. Sta diventando sacrosanto il diritto di poter decidere autonomamente di porre termine alla propria vita se questa non è più soddisfacente.
Ora va molto di moda stilare il cosiddetto testamento biologico (anche se in Italia non ha ancora alcun valore legale): quando ancora si è capaci di intendere e volere si mettono per iscritto tutta una serie di condizioni e volontà da rispettarsi nel caso in cui dovesse sopravvenire una malattia grave al punto di non consentire più neanche di esprimersi con lucidità . Mi sembra paradossale e poco razionale pensare di essere in grado di valutare in un momento di benessere come si reagirà ad una situazione in cui questo verrà meno: magari potrebbe anche succedere che la privazione di alcune certezze sortisca effetti assolutamente imprevisti. Mi chiedo se veramente non ci rendiamo conto dell’ inganno che sta sotto tutto ciò, se veramente siamo convinti che tutta l’esistenza ruoti attorno a noi stessi e che il valore della vita sia solo in funzione del livello di soddisfazione che ci dà . E poi non teniamo conto che ogni visione e percezione in quanto tale è fortemente condizionata dalla situazione contingente e non può che essere valida che nel momento stesso in cui la si vive: come posso saper prevedere che quando sarò malato vorrò essere soppresso se non saranno più soddisfatti determinati prerequisiti che stabilisco in base ad una scala di valori e priorità valida oggi che sono perfettamente in salute ?Â
Se la salvaguardia della qualità della vita è l’unico valore assoluto, pensate ad esempio al caso in cui si abbia un anziano non autosufficiente che necessiti di essere seguito e curato ventiquattr’ore al giorno: sicuramente la cosa ha un costo (in tutti i sensi) ed il povero anziano viene visto come un problema da risolvere. Penso che, se la legislazione italiana lo permettesse, sarebbe veramente molto facile arrivare a praticare l’eutanasia agli anziani o agli ammalati gravi nascondendo, dietro ad un amorevole desiderio di voler porre fine alla loro sofferenza, l’ipocrisia di abbreviare il peso o il fastidio che questa provoca anche alle persone vicine.
E non voglio parlare poi della questione di applicare l’eutanasia ai bambini menomati…
Il punto cruciale è che siamo incapaci di dare un senso alla sofferenza in tutte le sue manifestazioni. Lo scandalo che essa provoca è così forte da spingerci a cercare vie di fuga estreme e che poco hanno a che fare con l’amore o il rispetto della persona. E pensare che il vero amore si esprime proprio dando la vita per gli altri senza voler alcun contraccambio!
Penso che alla fin fine non ci sia poi una gran differenza tra chiedere o praticare l’eutanasia e suicidarsi o uccidere.
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